Ladri e ricettatori

I teatranti fanno fatica a farsi prendere sul serio perché sono vittima dello stesso pregiudizio che investe gli scrittori: tutti credono che il loro sia un talento e non un mestiere.

Se infatti sono in molti a non vedere la differenza tra saper scrivere e saper scrivere romanzi, altrettanti sono convinti che essere capace di un minimo di simulazione significhi poter fare l’attore. Per distruggere questo pregiudizio basterebbe tenere conto della concentrazione minuziosa con cui ciascuno di loro osserva il reale per trarne ispirazione e spunto. Tutti siamo mostri sociali di quando in quando, ma i teatranti lo sono in modo non occasionale e ben organizzato. Ladri, spioni, strumentalizzatori, usano qualunque cosa trovino sulla via tra sé e il palcoscenico. Non esiste un litigio privato che non venga usato per costruire la rabbia in scena.

Una rivendicazione, un battito di cuore, un tocco furtivo, un odio improvviso: tutto diventa materiale emotivo da forgiare per andare sul palcoscenico pronti a inventare dal vero.

Tutti loro mi hanno rivolto almeno una volta la frase: “se provi questo, usalo in scena”. In molte conversazioni in cui sei convinta di chiacchierare con la persona salta fuori che invece stai sempre parlando col solito ladro e incautamente gli stai rivelando la posizione dei tuoi gioielli emotivi e il codice del tuo interiore sistema di allarme. Nelle improvvisazioni delle prove poi tutto riemerge, anche il conflitto, anche la sfiducia, anche la frase sbagliata della sera prima a cena. A volte fa male – durante le prove a me ne ha fatto parecchio – eppure non mi è estraneo questo modo di procedere, perché gli scrittori non sono diversi: se gli attori sono ladri, noi siamo ricettatori. Tra me e loro, più che una compagnia teatrale sembra un’associazione a emotivo delinquere. La speranza è che il pubblico che verrà convinto di dover fare da testimone se ne vada invece da complice.

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