Non fissare nessuno negli occhi

Non fissare nessuno negli occhi, è maleducazione.
Mia madre me lo ha ripetuto per tutta l’infanzia e io per anni mi sono chiesta cosa ci fosse nella faccia del prossimo che non doveva essere guardato troppo a lungo. Se punti un seno, il sedere, la patta, un difetto fisico o un handicap, la maleducazione è già nell’intenzione: attraverso gli occhi stai imponendo all’altro il tuo giudizio, il tuo desiderio o il tuo disgusto e lo stai riducendo a una parte di sé che diventa improvvisamente il suo tutto. Ma cosa c’entrano gli occhi? Perché non dovrei fissare qualcuno negli occhi? Cosa c’è lì dietro di così pericoloso da non poterlo guardare dritto per più di qualche istante?

Fai teatro e improvvisamente lo capisci.
Quando ci prepariamo Veronica non vuole che assista nessuno e se in un primo momento avevo preso questa riservatezza per un’idiosincrasia, man mano che il lavoro procedeva mi sono resa conto che era una premura indispensabile alla natura stessa della preparazione. Sul palcoscenico vige un livello di intimità dentro al quale succedono veri e propri terremoti emotivi. La sola presenza di uno sguardo estraneo non consentirebbe mai quel livello di libertà espressiva. Di quello che succede nelle prove gli attori non parlano fuori, ma io del teatro sono una visitatrice occasionale e forse qualche cartolina posso mandarla anche dalle spiagge più segrete.

Veronica usa quegli spazi di preparazione per correggere la natura delle relazioni che vuole vedere in scena e impedire che quello che siamo fuori modifichi quello che siamo dentro. A un certo punto deve aver pensato che l’amicizia cameratesca tra me e Marco – costruita a suon di panini con la purpuzza nel bar nuorese di Cigheddu – stesse trasformando Palmiro e Grazia in una smorta coppia di cugini primi. Baci in fronte e carezze canine sancivano una platonicità che in scena aveva una resa sonnolenta. Veronica ci ha messi uno di fronte all’altra e ha detto: “Guardatevi negli occhi senza parlare. Stabilite una relazione emotiva. Quando siete pronti fate un gesto e da quel gesto generate una situazione. A un certo punto metterò una sequenza di musiche e dovrete portare i gesti dentro all’atmosfera che sentite. Non siete ancora Palmiro e Grazia. Voglio vedere voi due.”

Veronica: “Fissatevi negli occhi”.
Mia madre: “Non si fissano le persone negli occhi”.

Se consenti al flusso dello sguardo dell’altro di entrarti dentro, non c’è limite a quello che può succedere. Uno sconosciuto con cui hai scambiato un’occhiata più lunga del dovuto scenderà dal tram senza una parola lasciandoti il dubbio di aver lasciato andare l’uomo della tua vita. La donna che ti ha guardato a lungo al semaforo nell’auto accanto ti regalerà un brivido che ti seguirà fino a casa. Un bambino mai visto sul sedile di dietro ti farà venire voglia di adottarlo. O di premere molto l’acceleratore. Lo sguardo di un altro è la promessa della chiave di un abisso.

Io e Marco abbiamo fatto quello che ci è stato chiesto per un tempo che non so definire, forse venti minuti, e quando la musica è finita e Veronica ha detto “Grazie!” lui non aveva più i vestiti, io ero scarmigliata e ansimante ed entrambi eravamo accesi di un’energia inedita per noi. Lia sottopalco applaudiva entusiasta dicendo: “finalmente, finalmente si vede!”.

Frantziscu mi ha confidato: “è una delle cose più belle che ho mai visto succedere, eravate di una potenza tale che a un certo punto mi sono vergognato di starvi guardando”.

Veronica, che invece sapeva esattamente dove voleva andare a parare, ha detto: “Questo me lo portate sulla scena con i personaggi”. Da quel momento Palmiro e Grazia hanno smesso di essere cugini e sono diventati marito e moglie. Io e Marco invece abbiamo continuato a mangiare purpuzza e cipolle ogni sera da Cigheddu, che anche per quello, credetemi, ci vuole un’intesa mica da niente.

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