Signora Lia

Quasi Grazia è un testo che appartiene alla letteratura che più amo: quella dove l’unica cosa che succede sono le persone. Non ci sono grandi colpi di scena. Ogni interesse si gioca sulle relazioni tra i personaggi, terrificanti nella loro potenza e universali nella loro quotidianità.

Nel testo di Fois vanno in scena tre situazioni di relazione, tutte disturbanti. La prima riguarda i nuoresi Deledda, un nucleo dolente, ricattatorio, pieno di affetti deformi e deformanti, una di quelle famiglie dove l’unico destino possibile è deludersi a vicenda. La seconda relazione è quella tra Grazia e suo marito Palmiro, un amore di una tipologia modernissima ancora oggi: non una banale passione dei sensi, ma qualcosa di così ambizioso da finire per modellare il sentimento con la volontà.

Per quanto ai fan delle tempeste emotive possa sembrare tiepido, quello tra Palmiro e Grazia sarà uno di quei rari amori che riescono a restare affidabili anche quando non sono più fedeli.

La terza relazione, che si legge sempre sottotraccia alle altre due, è quella che intercorre tra la scrittrice nuorese e la sua radicale devozione alla scrittura, un fuoco divampante dentro al quale finisce per ardere tutto il resto.

La figura di madre incarnata da Lia Careddu attraversa questi tre momenti in tre modi diversi, tutti intensissimi. Lei è un pilastro del teatro di Sardegna, recita da quando io non ero ancora nata ed è bellissima. Ha settant’anni, un viso che sembra uscito dalla scalpello di Ciusa e due occhi di piombo con i quali mi inchioda ogni volta che pronuncia le parole che Marcello Fois ha messo in bocca al suo personaggio. È la madre di Grazia, ma la sento come fosse anche tutte le madri del mondo, di ogni tempo, ognuna con sulle labbra i giudizi sferzati per il tuo bene e nelle dita l’istinto materno, quella forza deformante che sostiene e strangola insieme, in un gesto mai del tutto separabile.

Quando recitiamo come madre e figlia non so dire con precisione quel che sento, se la odio di più o se di più la temo, ma una cosa la so con certezza: in quei suoi gesti mirati e in quella voce che si spezza per meglio spezzarmi c’è qualcosa che riconosco. Non come figlia, però. Riconosco in lei la madre che ho scelto di non diventare.

1 thought on “Signora Lia”

  1. Peccato… Non esistono madri perfette perché nessuno se umano è perfetto, neanche il figlio. E la consapevolezzadi ciò che si è o si potrebbe essere aiuta a cercare un’altra strada per essere comunque madre. E dare la vita così come è stata data a noi è una responsabilità pesante ma necessaria. Forse Grazia senza quella madre non sarebbe diventata lei. Ciao Michela,e non dirmi che i tuoi figli sono i libri che scrivi

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