Fidarsi è bene

Ci sono esercizi di training attoriale che dovrebbero essere vietati per legge. Sono abusi consenzienti, ma comunque abusi. Cominciano sulla fiducia, ma quello che succede dopo non te lo dice nessuno e poi non puoi più tornare indietro.

In una delle molte sessioni di training attoriale Veronica ci ha imposto un esercizio che serve a definire i rapporti di potere tra i personaggi a partire da quelli tra di noi. Stando di fronte senza parlarsi, ci si prende per mano come in braccio di ferro sospeso e poi si comincia a imporsi l’un l’altro, tirando il compagno in una sequenza di passi e movimenti che lui può solo seguire, fino a quando la regista non decide che il rapporto di forza può invertirsi. Sembra un gioco, ma come ogni gioco è una mimesi: quello che si scopre di sè e dell’altro è molto più di quello che si vorrebbe sapere o rivelare.

Lo scopo dichiarato è definire i ruoli, imparare a dare ordini chiari col corpo e avere presente chi guida e chi segue scena per scena. Il sottinteso pedagogico è che se impari a farlo col corpo puoi farlo con le battute e tutto apparirà limpido. Poi però c’è il resto, che alla regista non importa e forse non è nemmeno troppo funzionale allo spettacolo, ma che quando abbiamo terminato l’esercizio ha lasciato me senza fiato, piena di interrogativi. Non è una novità che l’ossessione per i rapporti di potere, per come si formano e come si gestiscono, mi abiti da sempre. A pensarci ora, benché in forme diverse, nella vita alla fine ho scritto solo di questo. Che altro è Chirù se non un romanzo sul potere che si nasconde feroce dentro alle relazioni?

Siamo tutti preda di gerarchie, ma quasi mai le abbiamo scelte o abbiamo la possibilità di sovvertirle. Il capo ufficio non lo scegli, il preside nemmeno, il caposquadra in cantiere non è una carica elettiva e spesso devi subire il comando di chi nemmeno conosci. In teatro è diverso; in una simulazione tra colleghi dove il rapporto di forza è dichiarato succede d’improvviso che tutto diventi evidente come fuori non è mai. Così appare limpidamente che per obbedire bisogna fidarsi e per dare ordini occorre essere pronti ad assumersi la responsabilità delle conseguenze. L’assenza di fiducia e di responsabilità in teatro rende l’esercizio inutile, se non a rivelare le fragilità del gruppo. Impossibile non fare il parallelo con la vita reale: cosa succederebbe se nella giornata media di lavoro si potesse scegliere di obbedire solo se si ha fiducia in chi comanda e se non bisognasse mai trovarsi nella condizione di dare ordini a persone di cui non ci importa nulla? Il teatro dimostra che violare queste condizioni conduce al cattivo teatro, figuriamoci cosa fa accadere la loro infrazione nella vita.

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