Custode di mio fratello

C’è un passaggio terribile nella Genesi, quando il Signore chiama Caino per domandare dove sia Abele e lui – con le mani lorde del suo sangue – risponde con una domanda che dovrebbe assolverlo e invece è già capo d’accusa: “sono forse io il custode di mio fratello?” 

E’ lecito chiedersi se Grazia Deledda – che la Bibbia la conosceva bene – abbia sentito l’eco della stessa domanda quando ha deciso di attraversare il mare verso Roma lasciandosi alle spalle una madre vecchia e vedova e due fratelli già avviati al baratro dell’alcoolismo. Lei ha scelto di guardare avanti e la sua vita è stata altro dalla loro, ma l’accusa di ingratitudine e irresponsabilità familiare che accompagna tutti quelli che fanno il biglietto di sola andata non può non esserle entrata in valigia con gli abiti e i libri, pronta a saltare fuori al primo cedimento del cuore.

In Quasi Grazia questo conflitto c’è tutto anche se vi appare un solo fratello, sintesi di tutti gli altri e metafora di quella antica domanda. A interpretarlo è Valentino Mannias, campidanese di ventisei anni, forse pochi per portarsi appresso con eleganza il peso di essere già stimato un fenomeno. Oltre ad Andrea Deledda, per una precisa scelta registica Valentino interpreta anche altri due personaggi e non è strano, perché incarna in sé molte specie di inganno: scuro di capelli e di occhi, né alto né basso, è indefinibile sino a che Veronica non gli chiede di diventare.

Non è il tipo di cui si direbbe che sembra un attore; piuttosto è quello che hai urtato per strada distrattamente senza nemmeno sentire la necessità di scusarti.

Solo osservandolo con attenzione si coglie l’energia carsica che sembra attraversarlo di continuo, come una bassa frequenza elettrica su una recinzione di confine. In scena la sua faccia si trasforma tanto da perdere età e l’ho visto diventare irresistibilmente attraente o indimenticabilmente brutto a comando. Eppure è fuori dal palcoscenico che ho osservato meglio in lui qualcosa che attiene all’attore, perché le palpebre calanti e la gestualità molto controllata gli danno l’espressione che di solito si associa alle persone non particolarmente sveglie. È sempre spassoso osservare in quanti ci caschino.

Nella prima settimana di prove gli ho presentato mio fratello. Si sono guardati, poi abbracciati.

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