Attu contrariu

Il teatro sembra essere il solo posto dove la parola “manipolazione” non viene pronunciata come cosa riprovevole. Credo sia perché l’attore è assolto dal fatto che muore del suo stesso contagio: è un manipolatore, ma manipola a partire da sé, come un cibo che si avvelena prima di darsi in pasto ad altri. Quanto la manipolazione sia un coltello a due lame l’ho capito quando Veronica ha cominciato a chiedermi gesti e camminate particolari; obbedendole mi sono resa conto che nel corpo recitante c’è una verità che prima di questa esperienza non avevo mai percepito. Mi ha ricordato quello che mi diceva mia nonna quando mi vedeva triste o arrabbiata e voleva risollevarmi: “depis fai attu contrariu”, devi fare un’azione inversa allo stato d’animo che senti.

È stato solo guidando i gesti in scena che questo motto sapienziale mi ha rivelato pienamente la sua efficacia: se imponi al corpo di agire in modo efficace, quell’azione ha buone probabilità di generare in te pensieri e sentimenti corrispondenti.

Improvvisamente mi è apparsa chiara l’ossessione del fascismo per l’esercizio fisico di gruppo, ma certo non vorrei che il patrimonio di questa consapevolezza venisse perduto solo perché lo hanno usato nei regimi.

Veronica ci chiede piccole cose; a volte basta una postura o un gesto minimo, altre è invece la voce a modulare l’umore espressivo, ma la catena di comando resta chiara: la recitazione corporea è atto contrario, un salmone che si riproduce solo se risale la corrente inversa.

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