Procedenti ab utroque

Valentino dice che il problema delle professioni creative artigianali è di essere orientate al risultato finale. Per lui sono i processi il vero cuore della ricerca artistica e credo che abbia ragione. Preparare uno spettacolo mira certamente ad andare in scena al meglio, ma il giorno del debutto nessuno dice allo spettatore che la parte più interessante di quello spettacolo è successa tutta prima. Non ci avevo mai pensato, perché nell’editoria questo avviene in misura molto minore; se è vero che il risultato finale è una storia edita nero su bianco, è altrettanto vero che il processo con cui si è arrivati a quella storia è oggetto costante di studio. Almeno fino all’avvento della scrittura elettronica che salva il file nella sua ultima versione, ci sono (stati) i fondi letterari e continuano a esserci le vite intrecciate all’arte, le influenze, le testimonianze. Ci sono facoltà universitarie che si occupano solo di studiare i processi letterari. La musica, la pittura e la letteratura hanno itinerari molto più raccontati del teatro, perché producono permanenza: i libri restano, i quadri e le canzoni anche.

Il teatro invece se ne fotte dell’eternità, delle emozioni di chi ancora deve nascere. Contano solo i respiri che hai davanti, perché il teatrare esiste esclusivamente nell’istante in cui si è in scena.

Questo rende il teatro assai più prossimo alla religione che all’arte. La messa non si fa una volta per tutte e persino l’Eucarestia si assume settimanalmente come se sbiadisse. Benché sia un memoriale efficace resta un rito, non una performance, e vive di ripetizione. Il teatro – una delle poche liturgie laiche rimaste – è esattamente così: deve essere visto, respirato, sentito dal vivo con tutti i sensi e alla fine quel che resta è l’esperienza. Quando finiremo la tournèe di Quasi Grazia i nostri costumi non saranno più visti, le scenografie distrutte, il gioco di luci dimenticato, come se avessimo scritto sull’acqua. Del memoriale resterà solo la testimonianza di chi c’era e ha visto.

La prospettiva dell’attore come figura sacerdotale che conduce un’evocazione scenica è suggestiva, impegnativa e vagamente mitomane, ma sono costretta ad ammettere che c’è del vero. Se lo hai fatto almeno una volta davanti a un pubblico sai che è così, ma sai anche che non c’è alcun automatismo: ogni volta quel pubblico lo devi convincere che ciò che sta vedendo è autentico. Non esiste nel teatro l’ex opere operato, cioè quella norma della Chiesa per cui il sacramento è valido anche se il prete che lo celebra è indegno: chi è in scena deve essere all’altezza di quello che fa, perché non gode della copertura mistica di un ente superiore. Per questo a conti fatti andare a teatro richiede più fede che andare a messa: non puoi dire “non ci credo ma funziona”. Se non sei convinto di star guardando qualcosa di vero, fischiare non è bestemmia, è un diritto.

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