Perché tanta Grazia?

Ma perché uno deve mettersi a scrivere proprio di Grazia Deledda, una che come poche è stata malvista dalla critica e che anche per questo misconosciuta al lettore odierno? Perché non prendere un’autrice più accattivante, dalla vita sfavillante e magari condita da quel briciolo di maledettismo che non guasta mai nelle rivisitazioni biografiche?

La ragione di Fois l’ha detta lui a Rai Letteratura in questo bel video.

Le mie ragioni invece sono molte e la prima è il senso di giustizia. Con Deledda ho avuto lo stesso rigetto che hanno tutti quelli che se la vedono presentare in terza media in forma di Canne al vento, magari con uno spiegone che te la piazza tra il verismo e il decadentismo, ma non brava come Verga e D’Annunzio. Grazie a questo approccio in Sardegna cresciamo tutti con il pregiudizio che quelli del Nobel si siano sbagliati, che il postino sarebbe dovuto andare nell’altra isola, la Sicilia dove abitava quel Pirandello – grande scrittore, lui sì! – che il premio lo aspettava da tempo e che non avrebbe mai perdonato a Grazia Deledda di averlo ricevuto prima di lui.

Poi per caso mi è capitato di rileggerla da adulta, grazie allo stimolo di un libro che ne parlava in modo molto diverso (La scrittrice abita qui di Sandra Petrignani) ed è successo l’inatteso: mi sono innamorata. E mentre me ne rendevo conto mi sono sentita anche molto stupida per essermi lasciata fuorviare per così tanto tempo dai pregiudizi, privandomi di una lettura ricca e appassionante.

Grazia Deledda vale per tutti, ma per i sardi di più, perché è una delle matrici silenziose del nostro DNA culturale. Nella fascetta di Quasi Grazia ho scritto che

arriva un momento nella vita in cui – se davvero vuoi crescere – i padri vanno uccisi e le madri perdonate.

È vero in generale, ma forse non in questo caso. Non sono più sicura che ci sia qualcosa da perdonare a Grazia Deledda Madesani, scrittrice nata a Nuoro nel 1871 nel vicinato di Santu Predu e vissuta finché un tumore non le ha portato via la vita d’acciaio con cui aveva piegato a sé tutto il resto. Anzi ho l’impressione che dopo 80 anni di sistematica rimozione, denigrazione, calunnia e oblio forse siamo piuttosto noi a dover chiedere scusa a lei, restituendola alla memoria collettiva con almeno una parte di quella vivacità intellettuale che ha avuto nella vita e nella scrittura.

Tuttavia il lavoro che stiamo facendo in teatro non punta a mettere in scena la biografia deleddiana. Sarebbe troppo poco, perché quella di Grazia Deledda è molto più che una vicenda umana appassionante:

è anche un formidabile paradigma per analizzare molte delle contraddizioni del presente, dal rapporto bipolare di compiacenza e rigetto che intercorre tra una comunità e i suoi narratori fino al dislivello tra uomini e donne nelle professioni di prestigio, comprese quelle artistiche.

A valle delle ragioni per cui Marcello ha scritto quel testo, per me salire sul palcoscenico a recitarlo significherà dunque – e cosa altro avrebbe potuto significare? – provare a pulire lo specchio in cui da anni non ci guardiamo più e che Grazia aveva invece lucidato fino a renderlo accecante.

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